Editoriale

Completamente fuori dalla realtà

Tutti gli anni, la Confederazione pubblica un cosiddetto Rapporto dell’osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera e UE. Nel rapporto vengono come sempre rilevate e segnalate delle derive sulle quali bisogna “essere vigili”. Ma la libera circolazione delle persone viene ancora sempre spacciata per un’operazione di successo dalla Svizzera ufficiale. La domanda è: per quanto ancora? Perché gli svantaggi vengono prepotentemente alla luce. 

Dall’introduzione della libera circolazione delle persone nel 2002, fino al 2015 sono immigrate in Svizzera – in media annuale – dalle zone UE e AELS 42’500 persone al netto (senza immigrazione da Stati terzi e senza richiedenti l’asilo). Solo il 60% di loro è venuto nel nostro paese per svolgervi un’attività lavorativa. La massiccia immigrazione tramite la libera circolazione delle persone, quindi, non è legata a un bisogno di manodopera, bensì sempre più al ricongiungimento familiare.

La Confederazione minimizza le conseguenze negative dell’immigrazione di massa

Il finanziamento dell’AVS è fonte di preoccupazione, le infrastrutture stradali e ferroviarie devono essere ampliate per miliardi di franchi, i comuni investono milioni e milioni in nuove aule scolastiche e canalizzazioni, gli affitti sono cari come non mai, la disoccupazione straniera aumenta, il sistema di aiuto sociale sussulta. Il rilevamento delle forze lavoro svizzere nel 1° trimestre del 2016 indica che il numero dei disoccupati stranieri in Svizzera non solo in cifre relative ma, per la prima volta, anche in cifre assolute (128’000) è superiore a quello dei disoccupati svizzeri (121’000). Ma il 12 rapporto dell’osservatorio della Confederazione glorifica la libera circolazione delle persone.  

La libera circolazione delle persone frena l’andamento economico

La crescita del PIL pro capite si situa, dall’introduzione della libera circolazione delle persone nel 2002, a un misero 1% annuo. Il che è sì già meglio di quello di altri paesi ma, in confronto al periodo precedente l’introduzione della libera circolazione delle persone, è piuttosto modesto. Decisamente cattiva si può invece definire la produttività lavorativa della Svizzera. Dal 2002, questa è cresciuta di un misero 0,6%.
Affinché tutti i costi per le conseguenze dell’immigrazione di massa, in particolare per l’adattamento delle infrastrutture, possano essere coperti a lungo termine, è tuttavia necessario un tasso di crescita economica considerevolmente più alto, altrimenti il “gonfiamento del paese” non serve assolutamente a nulla.  
Un chiaro segno che la libera circolazione delle persone non significa necessariamente una benedizione economica, sono le cifre d’affari in calo nel settore del commercio al dettaglio dei grossi distributori Migros e Coop. Con la brutale immigrazione degli ultimi anni si sarebbe potuto pensare che a beneficiarne di più sarebbero state proprio queste imprese. Invece non è così, al contrario. Le loro cifre d’affari stanno diminuendo.  

L’economia può incolpare sé stessa della mancanza di manodopera qualificata

L’economia ha bisogno di manodopera qualificata. È vero. Ma come stanno realmente le cose?
Mentre che durante i primi anni dopo l’introduzione della LCP, l’immigrazione era segnata soprattutto dalla Germania e dagli Stati dell’Europa settentrionale e occidentale, nel 2015 questi paesi costituivano solo un buon terzo dell’immigrazione da UE/AELS; il 43% dell’immigrazione era costituita da persone provenienti dall’Europa del sud e il 22% dai dieci Stati Est-europei. Verosimilmente non si tratta perciò della desiderata “manodopera qualificata”.     
Puntualmente, nel 12° rapporto dell’osservatorio sulla libera circolazione delle persone, si ammette che la “qualità” degli immigranti sta diminuendo: “La popolazione migratoria degli ultimi tempi evidenzia nella sua composizione una struttura media delle qualifiche un po’ meno valida che non nei primi anni dall’entrata in vigore della libera circolazione delle persone.”  
Nello stesso tempo, l’economia denuncia che le mancano programmatori e informatici, che riesce ormai a reclutare solo con fatica in India, perché la LCP discrimina gli Stati terzi.  

La favola della priorità indigena

Una priorità indigena non esiste più dall’introduzione della LCP. Quali “indigeni” sono oggi considerati di fatto tutti i lavoratori all’interno dell’UE. Cosicché, in praticamente tutti i settori, le lavoratrici e i lavoratori indigeni subiscono sulla propria pelle la pressione della concorrenza estera, nel postulare e infine ottenere i posti di lavoro.  
In particolare i frontalieri sono disposti a lavorare a condizioni molto vantaggiose. Si legge nel rapporto: “Le nostre stime indicano in Ticino e nell’arco giurassiano delle differenze non da poco fra i salari dei frontalieri e quelli delle persone residenti con caratteristiche analoghe, non spiegabili con motivi oggettivamente rilevanti ai fini del trattamento salariale.”
Ma il problema non sta solo nelle differenze salariali. Più spesso, i frontalieri tolgono semplicemente il lavoro agli Svizzeri. Così, proprio nei cantoni Ticino e Ginevra, si registra il più alto tasso di disoccupazione nella popolazione svizzera.
È significativo in questo contesto il grafico della disoccupazione nei cantoni in maggio 2016.

La zona a forma di “C”, che comprende i cantoni marcati con il colore più scuro alle frontiere nord, ovest e sud, racchiude la “Svizzera interna” nella quale il tasso di disoccupazione è inferiore (fa eccezione la frontiera a est).

A questo punto, constato che nei cantoni con molti frontalieri la disoccupazione è tendenzialmente più alta che negli altri. O, detto più chiaramente: quanto più si è lontani dall’UE, e tanto meno è la disoccupazione.
Con la libera circolazione delle persone dunque, arriva in Svizzera anche la disoccupazione. Lo dicono indiscutibilmente anche le cifre: in maggio 2016 avevamo il 6,2% di disoccupati in più rispetto a maggio 2015. Ecco cos’è la discutibile “operazione di successo” libera circolazione delle persone.

 

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