Editoriale

Il Patto sui rifugiati comporta costi enormi per gli Stati benestanti

Leggendo il Patto mondiale sui rifugiati, si constata subito che è della stessa matrice del Patto dell’ONU per le migrazioni. A prima vista, le rivendicazioni del primo sono sì un po’ più moderate, ma le sue conseguenze sono cionondimeno estremamente gravi. Non bisogna lasciarsi ingannare. I due testi sono infarciti di dichiarazioni ampollose e pretenziose, quali solo i diplomatici e i rappresentanti delle ONG sanno trovare.

Una cosa è evidente: il Patto mondiale sui rifugiati comporta degli oneri giganteschi per gli Stati benestanti che lo firmano. Contrariamente alla situazione attuale, gli Stati poveri che accolgono dei rifugiati dovranno essere sostenuti finanziariamente dagli altri paesi. E ciò sembrerebbe corretto ed equo, a prima vista.

Si fa finta di credere che il miglioramento della situazione nei paesi di prima accoglienza incoraggerà i presunti “rifugiati” a restarvi. Ma bisogna essere ingenui o in malafede per sostenere questo argomento. Questo ragionamento varrebbe forse per i veri rifugiati, ma non si applica in ogni caso ai migranti economici. Ho personalmente visitato dei campi d’accoglienza di questo tipo in Grecia e in Turchia e ho constatato delle situazioni spesso penose, addirittura indegne. Detto questo, delle condizioni più confortevoli attirerebbero per forza di cose più persone e incoraggerebbero la migrazione.

I programmi di reinstallazione (“resettlement”) di intere popolazioni mirano, come indica la loro denominazione, a insediare i migranti in un altro paese. Così, ognuno di questi presunti “rifugiati” sa che, presto o tardi, l’attende la “terra promessa” – con il generoso sostegno dell’ONU e degli Stati finanziatori.

Ciò che più disturba in questo patto, sono i nuovi diritti pretesi per i migranti: questi devono beneficiare, per esempio, di tutte le prestazioni sociali e perfino di telefoni cellulari e accesso a Internet a prezzo ridotto, nonché di crediti commerciali.

Beninteso, ci si dice che queste regole non sono vincolanti ma, in realtà, gli Stati firmatari fanno una promessa politica che li lega ai propri impegni. Va da sé che un paese come la Svizzera, che adora atteggiarsi a prima della classe, si sottometterà totalmente alle pretese internazionali. Osserviamo poi di transenna, che questo patto continua a non rispondere alla domanda essenziale in questo contesto: come definire concretamente un rifugiato?

Il fatto che il Consiglio federale approvi senza altra forma di procedura il Patto sui rifugiati, mentre che un’altra convenzione dello stesso tipo, il Patto per le migrazioni, aveva suscitato delle massicce opposizioni, illustra bene il disprezzo di questo governo per il Parlamento e, alla fin fine, per il popolo svizzero. Il Consiglio federale giustifica ingenuamente il suo sostegno con l’argomento secondo il quale questo accordo faciliterebbe il rinvio dei rifugiati nel loro paese d’origine. Senza dubbio prende i suoi sogni per realtà. Prova ne è, per esempio, che l’Eritrea, principale paese d’origine dei richiedenti l’asilo che affluiscono in Svizzera, ha rifiutato di sottoscrivere il Patto sui rifugiati.

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