Editoriale

Il PLR svende la Svizzera per un tozzo di pane

Approvando l’accordo-quadro con l’UE, il PLR ha oltrepassato le sue stesse linee rosse. Esso svende dei valori centrali della Svizzera – indipendenza, sovranità, propria giurisdizione e democrazia diretta – per un tozzo di pane. Siamo agli antipodi di una politica affidabile.

L’accordo che il Consiglio federale ha negoziato con Bruxelles è inaccettabile agli occhi dell’UDC, per la semplice ragione che impone una ripresa automatica del diritto UE. L’UDC non è certamente l’unico partito a respingere questo accordo istituzionale. Almeno in apparenza, il PLR, il PS e il PPD fanno altrettanto. O, quantomeno, lo facevano, perché il PLR ha già ribaltato la sua posizione. Da sabato scorso, i liberali-radicali approvano l’accordo. È un’inversione di rotta a 180 gradi: in novembre 2017, Petra Gössi, presidente del PLR, esigeva ancora – in un’intervista a un settimanale svizzero-tedesco, la soppressione della clausola ghigliottina. E lo scorso luglio, dichiarava al quotidiano “Blick”: “Se l’accordo non è conforme alle nostre esigenze chiaramente definite e alle nostre linee rosse, di cui le misure d’accompagnamento fanno parte, noi non parteciperemo all’operazione.”

Le linee rosse non mancavano da parte del PLR. Nel suo documento di fondo “Garantire e sviluppare la via bilaterale – linee rosse ed esigenze del PLR”, questo partito respingeva in particolare la ripresa automatica del diritto UE. Si opponeva anche alla direttiva sulla cittadinanza europea o alla rescissione automatica di accordi bilaterali in caso di disaccordo politico delle parti contraenti, ossia in caso di “non-applicazione di un’interpretazione della Corte di giustizia UE”. L’accordo-quadro che il PLR ha approvato sabato scorso, oltrepassa tutte queste linee rosse.

Perché questo cambiamento d’opinione? La risposta è tanto semplice quanto deplorevole: il PLR ha voltato gabbana nel senso voluto da un piccolo numero di grandi gruppi industriali. Il PLR non si preoccupa né della salvaguardia della democrazia diretta, né del benessere della popolazione o delle piccole e medie imprese; la sua unica preoccupazione è soddisfare le esigenze di pochi grandi industriali riuniti sotto il tetto dell’associazione economiesuisse. Il cambio di rotta del PLR era prevedibile fin dalla fine dello scorso gennaio, quando l’associazione economiesuisse aveva annunciato pubblicamente il suo sostegno all’accordo istituzionale. Il cambio di marsina del PLR non è quindi nulla di sbalorditivo, ma ciò che sorprende è il momento scelto per annunciarlo. Impegnarsi già sin d’ora a fondo per questo accordo è sbagliatissimo non solo dal punto di vista del contenuto, ma anche da quello tattico. Invece di sostenere il Consiglio federale nell’eventuale rinegoziato, il PLR riduce qualsiasi pressione volta a un miglioramento di questo accordo inaccettabile. I liberali-radicali vendono la Svizzera per un tozzo di pane.

Anche il PPD e il PS si piegheranno

Forti delle esperienze del passato, si può predire fin da ora che sarà solo una questione di tempo, prime di vedere anche gli altri partiti piegarsi e sostenere l’accordo istituzionale. Menzionando sempre l’adesione all’UE come un obiettivo nel suo programma politico, il PS ingoierà senza dubbio golosamente le esche in politica interna costituite dal congedo parentale, dalla protezione contro i licenziamenti, dal salario minimo o dalla settimana di 35 ore come prezzo del suo consenso all’accordo-quadro. E il PPD ha già ora pronunciato un “SÌ”, accompagnato da un piccolo “ma”.

Se si va nella direzione voluta da Bruxelles, l’accordo istituzionale non solo porrà fine alla via bilaterale, ma affosserà contemporaneamente la nostra democrazia diretta, il nostro diritto di partecipazione politica. Se il Consiglio federale firma questo accordo, la Svizzera dovrà in avvenire applicare automaticamente il diritto attuale e futuro legato ai cinque trattati bilaterali I e agli accordi futuri, accettare le sentenze della Corte di giustizia UE ed effettuare regolarmente dei versamenti all’UE. La ripresa della direttiva sulla cittadinanza europea non è menzionata nell’accordo-quadro, è vero, ma l’UE potrà imporla senza problemi tramite il presunto tribunale arbitrale. Dopo la firma dell’accordo istituzionale ci saranno senz’altro ancora delle votazioni popolari, ma saranno solo degli esercizi-alibi: qualora il popolo svizzero osasse rifiutare di riprendere del diritto europeo, sarebbe minacciato di misure punitive. Inoltre, una clausola di “super-ghigliottina” farebbe sì che tutti gli accordi cadrebbero qualora la Svizzera rifiutasse di piegarsi alla volontà di Bruxelles.

L’UDC Rifiuta perciò questo accordo – non solo prima, ma anche dopo le elezioni!

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