Editoriale

Imposta mediatica gravante sulle imprese: basta con questa eterna seccatura!

Le discussioni sulla giustificazione e l’ammontare dell’imposta mediatica non cessano da quando la revisione della legge sulla radiotelevisione (LRTV) è stata approvata di estremamente risicata misura (50,1% dei votanti) dal popolo il 14 giugno 2015. Il passaggio del servizio d’incasso dalla società Billag SA alla Serafe SA, come pure il primo prelievo dell’imposta mediatica presso le imprese, hanno confermato una volta di più che questo sistema non solo è soggetto a errori, ma è anche sconsiderato. La base legale è lacunosa e solleva molte questioni. La soluzione sarebbe peraltro semplice: abrogare la tassa sulle imprese per evitare delle doppie imposizioni e delle vessazioni burocratiche.

Le discussioni di politica mediatica di questi ultimi mesi e anni indicano chiaramente che la necessità di correggere la legislazione sulla radiotelevisione è oggi ampiamente riconosciuta. Durante il dibattito parlamentare sull’iniziativa “NO Billag”, l’Unione svizzera delle arti e mestieri e l’associazione economiesuisse avevano sostenuto un controprogetto che mirava a plafonare l’importo della tassa a 200 franchi e ad abrogare l’obbligo imposto alle imprese di pagare il canone di ricezione. Anche il PLR si era allineato su questa rivendicazione, chiedendo nel suo documento strategico del 13 gennaio 2018 sul panorama mediatico svizzero, l’esenzione delle imprese dalla tassa mediatica (pagina 2). Quanto all’Unione democratica di centro, essa chiede da sempre la soppressione di questa imposta mediatica.

Abrogare la tassa mediatica gravante sulle imprese
Durante il dibattito sull’iniziativa “NO Billag”, persino gli avversari di questo progetto hanno ammesso che il mandato di servizio pubblico della SSR/SRG doveva essere meglio definito e limitato. È perciò giunto il momento di correggere questo sistema sopprimendo l’imposta mediatica gravante sulle imprese. Questo intervento incentiverebbe la SSR/SRG a risparmiare ed eliminerebbe un’inammissibile doppia imposizione. Infatti, ogni impiegato di un’azienda paga già l’imposta mediatica nell’ambito della sua economia domestica.

Sulla base di questo ragionamento, ho depositato un’iniziativa parlamentare che chiede la revisione dell’articolo 68 LRTV e degli atti legislativi che ne derivano. Il 6 novembre 2018, la commissione dei media del Consiglio nazionale ha approvato il mio intervento con 14 voti contro 9. Tocca ora alla commissione parallela del Consiglio degli Stati pronunciarsi.

La collera delle arti e mestieri
Da qualche tempo ricevo quasi quotidianamente delle lettere di imprese, associazioni, ma anche di privati in collera. Gli autori di questi messaggi si lamentano, a giusta ragione, delle disfunzioni che segnano il prelievo della nuova imposta mediatica. I problemi non si situano solamente a livello di indirizzi errati e di spedizioni sbagliate ai privati, bensì concernono anche le persone giuridiche il cui assoggettamento non è chiaramente definito.

Agendo l’amministrazione delle contribuzioni rigorosamente secondo il numero di IVA, la fattura fiscale non è inviata solo alle imprese, ma anche alle comunità di lavoro. In certi casi, le imprese sono dunque tassate doppiamente o addirittura tre volte, perché i loro dipendenti pagano già la tassa a titolo di economia domestica. L’Unione svizzera delle arti e mestieri ha per fortuna deciso di affrontare questa problematica.

La cifra d’affari è decisiva
Si sa, fin dal dibattito parlamentare, che la cifra d’affari è il valore di riferimento determinante. Purtroppo, la maggior parte degli altri gruppi parlamentari non hanno ascoltato l’UDC e si sono limitati ad approvare il progetto di legge senza rifletterci più di quel tanto. Ora, hanno finito per rendersi conto che le cose non possono andare avanti così.

La modalità di fatturazione è già di per sé stessa insopportabile: poiché fa da riferimento la cifra d’affari dell’esercizio precedente, l’ammontare dell’imposta mediatica raggiunge dei picchi assurdi nelle aziende che realizzano una forte cifra d’affari con un personale limitato. Una cooperativa per il commercio di bestiame s’è vista così imporre un importo superiore a 1’000 franchi per collaboratore (!) a titolo di tassa mediatica.

Altre critiche provengono dalle casse pensioni che, in quanto istituti di previdenza, non sono considerate come imprese a scopo di lucro. Al contrario, devono assicurare le prestazioni di vecchiaia, invalidità e superstiti. Come pretendere che questi istituti di previdenza, che già subiscono forti pressioni finanziarie, siano anche obbligati a pagare l’imposta mediatica?

Il Consiglio degli Stati ha in mano la soluzione
Conclusione: se il Consiglio degli Stati sostenesse a sua volta l’iniziativa parlamentare 18.405, parecchi problemi sarebbero risolti in un sol colpo. Ciò, non solo sopprimerebbe un’inammissibile doppia imposizione, ma metterebbe fine nel contempo alle vessazioni burocratiche menzionate sopra.

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