Editoriale

La fine delle utopie ideologiche e l’inizio della politica realistica

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato ieri di non accettare l’accordo di Parigi sul clima come si presenta oggi. Vuole rinegoziare la convenzione, o addirittura disdirla, se gli Stati uniti non otterranno un risultato soddisfacente. Donald Trump ha motivato la sua posizione con gli oneri sproporzionati che l’economia americana subirebbe rispetto a concorrenti come la Cina e con i pagamenti eccessivamente elevati che ne deriverebbero per gli Stati uniti. Il presidente americano mantiene inoltre una delle sue promesse elettorali, dando la priorità assoluta alla conservazione e alla creazione di impieghi nel suo paese.

"Sono stato eletto dagli abitanti di Pittsburgh, e non da quelli di Parigi”, ha detto ieri nella conferenza stampa presso la Casa bianca. È comprensibile che questi propositi rendano nervosi, per esempio, il presidente francese Emmanuel Macron o il primo ministro italiano Paolo Gentiloni. La situazione economica dei loro paesi è cattiva; l’economia privata non vi crea praticamente più posti di lavoro da diversi anni e la disoccupazione è elevata, in particolare fra i giovani. Sarà difficile per questi politici spiegare ai loro cittadini, in vista delle elezioni che avranno luogo fra breve in questi paesi, perché vogliano imporre degli oneri supplementari alle loro economie nazionali con massicce tasse sul CO2 mentre che la più grande e più influente economia del mondo rifiuta di agire nello stesso modo.

Le emissioni di CO2 della Svizzera sono totalmente insignificanti sul piano mondiale

Nella classifica internazionale dei paesi in funzione delle loro emissioni di gas a effetto serra, la Cina è certamente al 1° posto con una quota di oltre il 25%. Essa è seguita da vicino dagli Stati uniti d’America, la cui quota è di circa il 18%. L’insieme dell’UE è responsabile di circa il 12% delle emissioni mondiali di CO2. Quanto alla parte della Svizzera, essa è dello 0,15%, una quota decisamente insignificante.

Si può pensare di Donald Trump ciò che si vuole. Bisogna anche aspettare di vedere come avverrà esattamente l’annunciato ritiro degli Stati uniti dall’accordo di Parigi. La sola cosa che conta veramente, è di posizionare esattamente il nostro paese in modo ottimale, affinché la sua economia rimanga competitiva e non perda impieghi. È infatti evidente che, se gli Stati uniti abbandonano l’accordo, i Cinesi si guarderanno bene dal limitare la propria economia più di quanto faccia il loro concorrente sull’altra riva del Pacifico. Nonostante che Pechino tenti di sfruttare le divergenze fra l’Europa e gli Stati uniti di Donald Trump per migliorare i suoi rapporti con certe nazioni europee, ciò non deve far dimenticare che la Cina continua ad aver bisogno di una crescita economica costante e forte. Questa situazione segna perciò la fine della politica climatica ideologica e l’inizio di una politica realistica in questo settore.
 
L’applicazione dell’accordo di Parigi sarà ancora più insensata e più dannosa per la nostra economia

Per la Svizzera, questa situazione conferma a qual punto l’applicazione dell’accordo di Parigi come è previsto dal Consiglio federale, dunque la riduzione della metà dei gas a effetto serra rispetto al loro livello del 1990, sia un enorme errore. Questa politica impone alla popolazione e, più in particolare, alle piccole e medie imprese, dei costi enormi, senza avere un effetto tangibile sulle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale. In assenza di nazioni decisive come gli Stati uniti, l’accordo di Parigi perde tutta la sua credibilità. La nostra economia sarebbe gravemente svantaggiata nei confronti dei nostri concorrenti americani, il che avrebbe quale effetto una nuova delocalizzazione di impieghi. Ecco perché l’UDC è stata il solo partito svizzero a rifiutare questo accordo insensato già in occasione della sessione primaverile del Consiglio nazionale.

Le cittadine e i cittadini svizzeri hanno la priorità su un attivismo internazionale inefficace

Continueremo dunque a batterci con tutte le nostre forze contro i nuovi canoni e tasse che la legge sul CO2, basata sull’accordo di Parigi, vuole imporre al ceto medio e alle PMI. Anche per l’UDC, le cittadine e i cittadini svizzeri hanno la priorità. Questo principio elementare esige giustamente che degli accordi internazionali aventi più inconvenienti che vantaggi per la Svizzera in quanto nazione sovrana, debbano essere rinegoziati o, se necessario, semplicemente rescissi.

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