Editoriale

La strategia elegante del Consiglio federale in materia borsistica

Già l’estate scorsa il Consiglio federale aveva deciso, su proposta del Dipartimento federale delle finanze, di prendere delle contromisure qualora l’UE rifiutasse di riconoscere l’equivalenza alla borsa svizzera: le banche e gli investitori europei non avrebbero più avuto il diritto di negoziare delle azioni svizzere.

Ancora poco tempo fa, l’Unione europea manifestava degli atteggiamenti bellicosi nei riguardi della Svizzera: se la Berna federale non si fosse piegata alle pretese dell’UE concernenti l’accordo-quadro, l’UE non avrebbe più accordato un’equivalenza a termine indeterminato alla borsa svizzera, minacciava Bruxelles. Rifiutando, ciò nonostante, il Consiglio federale l’accordo-quadro, ma aprendo una nuova procedura di consultazione su questo progetto, l’UE si è a sua volta adeguata. Improvvisamente si è appreso da Bruxelles che l’equivalenza borsistica accordata alla Svizzera sarebbe stata prolungata di sei mesi. Un miracolo di Natale?

Il Consiglio federale ha finalmente dato prova di fermezza
La prima spiegazione è che il Consiglio federale ha finalmente dato prova di fermezza. Esso non ha ceduto alle pressioni di Bruxelles, ma ha mantenuto la sua tabella di marcia. In seguito, l’UE ha ceduto perché il Dipartimento federale delle finanze e il suo capo, il consigliere federale Ueli Maurer, avevano preparato già da diversi mesi una strategia difensiva. L’obiettivo di questa risposta non è di minacciare l’UE, o addirittura di scatenare una guerra economica che avrebbe solo dei perdenti. Al contrario, il Consiglio federale s’è accordato su una strategia efficace a lungo termine per proteggere la borsa svizzera dalle manovre destabilizzanti dell’UE e per permettere al mercato azionario di continuare a funzionare senza problemi o quasi. Il rifiuto di Bruxelles di accordare l’equivalenza alla borsa svizzera avrebbe infatti la conseguenza che le banche europee e gli altri negoziatori di titoli UE non potrebbero più negoziare azioni sulle borse svizzere.

Non esiste assolutamente alcuna ragione oggettiva per Bruxelles di rifiutare l’equivalenza dell’infrastruttura borsistica svizzera, dunque di Swiss Infrastructure and Exchange (SIX), a quella dell’UE. I conoscitori del ramo sanno che le procedure tecniche della borsa svizzera funzionano anche meglio di quelle degli Stati UE. La stipulazione di un accordo-quadro fra la Svizzera e l’UE non ha assolutamente alcun rapporto con il principio dell’equivalenza borsistica – altrimenti l’UE non avrebbe certamente accordato questa equivalenza agli Stati uniti, al Canada, a Singapore, a Hong Kong o a Israele. Di fatto, si tratta semplicemente di meschine manovre da parte di Bruxelles per esercitare pressione sulla Svizzera e tentare di farle digerire il trattato coloniale che in realtà è questo accordo-quadro.

Spari alla cieca del PLR
Il Consiglio federale ha quindi appena disinnescato la bomba UE con un colpo giocato in modo intelligente (vedi la rivista “Finanz und Wirtschaft”). Se l’UE dovesse effettivamente rifiutare di riconoscere l’equivalenza della borsa svizzera, non soltanto mancherebbe il bersaglio, bensì si auto penalizzerebbe. Tramite il diritto d’urgenza, il Consiglio federale proibirebbe in questo caso alle borse e ai negoziatori UE di negoziare delle azioni di imprese svizzere. Secondo una norma UE sulle borse, infatti, un riconoscimento dell’equivalenza è necessario solo se un negoziatore di titoli desidera investire in azioni svizzere che non sono nello stesso tempo negoziate nell’Unione europea. Al contrario, questa esigenza non si applica alle azioni svizzere che non sono negoziate nell’Unione europea. Le banche e gli altri negoziatori dell’UE hanno il diritto di negoziare queste azioni sulle borse svizzere, indipendentemente dall’esistenza di un riconoscimento dell’equivalenza. In altre parole, la minaccia dell’UE di vietare la negoziazione di azioni svizzere sulle borse europee è solo una tigre di carta. La contromisura del Consiglio federale avrebbe addirittura un effetto positivo, nel senso che la negoziazione di titoli svizzeri si sposterebbe quasi completamente in Svizzera.

È sorprendente, in questa situazione, sentire proprio il PLR criticare l’intelligente strategia del Consiglio federale. Nel suo servizio stampa, questo partito ha criticato il giorno stesso la decisione del Consiglio federale parlando di un “piano B discutibile” e affermando addirittura che il Consiglio federale si tirerebbe la zappa sui piedi. Gli autori di queste assurdità sono addirittura andati oltre, arrivando a mettere in guardia contro l’incertezza del diritto che provocherebbe questa decisione che definiscono inefficace. Il problema è che il PLR è talmente fissato sul progetto di accordo-quadro con l’UE, al punto di essere incapace di discernere la vera causa di un’eventuale incertezza del diritto: questa deriverebbe infatti ben più dalla cieca ripresa del diritto UE, che sfugge completamente all’influenza della Svizzera, e dalle decisioni imprevedibili e definitive dei giudici della Corte di giustizia UE.

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