Editoriale

Rapporto “Servizio pubblico” del tutto deludente

Pubblicato oggi (17.06.2016), il rapporto "Servizio pubblico" del Consiglio federale delude su tutta la linea. Questo testo, annunciato a gran voce come strumento per una «discussione aperta», è oggetto in realtà di gravi lacune e riprende unilateralmente il punto di vista della SSR/SRG. L’essenza delle riflessioni del Consiglio federale si riassume in un consolidamento dello statu quo, un’estensione delle attività della SSR/SRG e in altre misure dello stesso tenore. Questa impostazione si basa su un grossolano errore di fondo, perché l’attuale enorme diversità mediatica, che è in particolare il risultato della digitalizzazione, esigerebbe piuttosto una riduzione degli interventi dello Stato. Ci vorranno ancora molti sforzi per far avanzare seriamente il dibattito sul servizio pubblico.

La digitalizzazione e l’evoluzione tecnologica hanno modificato profondamente il panorama mediatico. I consumatori beneficiano oggi di un’offerta e di una diversità mai viste prima, in particolare nel settore dei media elettronici. È nel contesto di questi cambiamenti che il dibattito sul servizio pubblico deve essere tenuto. Questa discussione deve determinare quali prestazioni debbano continuare a essere prodotte dallo Stato e quali altre possano essere realizzate dal settore privato. Ma il Consiglio federale elude sistematicamente queste questioni.

Dopo la pubblicazione, qualche mese fa, del deludente rapporto della Commissione federale dei media, questa nuova pubblicazione del Consiglio di Stato non porta quasi niente di nuovo. Si continua a non capire i segnali del tempo. Si rifiuta di sviluppare delle varianti serie e degli scenari alternativi. Non c’è traccia di una riflessione sul modo di ridurre le attività dello Stato di fronte a un’offerta vieppiù diversificata. Il Consiglio federale nemmeno a un rafforzamento della concorrenza. La sua unica preoccupazione è quella di consolidare la posizione della SSR/SRG, affinché questa possa “resistere alla concorrenza internazionale”. Il che significa dimenticare che la SSR/SRG, considerato il suo mandato di diritto pubblico, non è in alcun modo in una situazione di concorrenza. E neppure si parla, nel progetto governativo, di un miglioramento delle condizioni-quadro per i media privati. Eppure, un rafforzamento della concorrenza sarebbe non soltanto utile, bensì assolutamente necessario, specialmente nel settore dell’intrattenimento, ma anche dello sport.

Inoltre, le proposte del Consiglio federale concernenti Internet, sono estremamente fuorvianti. Il governo desidera estendere l’offerta online della SSR/SRG, sovvenzionare dei produttori sulla rete privata e regolamentare legalmente il settore Internet. Ma questo mercato è in piena crescita e l’offerta su Internet è notevolmente diversificata. Ciò dimostra l’assurdità di questa mossa della Berna federale che s’ispira direttamente all’economia pianificata. Non è necessario ampliare la LRTV per farne una “legge sui media” che conglobi anche Internet. Al contrario, la deregulation e il rafforzamento delle libertà imprenditoriali sono importanti in una democrazia moderna.

Sono questi i punti che dovranno essere tematizzati. Bisognerà discutere sui numerosi interventi parlamentari pendenti e proporre delle varianti. Citiamo, a questo proposito, i postulati Rickli (Varianti budgetarie), Wasserfallen (principio di solidarietà) e Romano (limite dell’offerta online), nonché la mozione Maier/Bäumle (plafonamento del prodotto dei canoni). L’ordine del giorno della CTT comprende anche le iniziative parlamentari Müller (competenza per l’attribuzione della concessione SSR/SRG) e Rutz (riduzione delle attività non coperte dalla concessione). Infine, anche le richieste dell’UDC di mettere in atto un sistema duale e di ristabilire la trasparenza in materia di finanze della SSR/SRG devono essere dibattute.

Conclusione: il rapporto del Consiglio federale non può servire da base di una discussione seria sul servizio pubblico. Le promesse che il Consiglio federale ha fatto durante la sessione speciale di dicembre 2015 non sono state mantenute. Tocca ora alle commissioni parlamentari competenti correggere questa falsa rotta: esse devono aprire la via a un dibattito vasto e aperto sul settore mediatico.

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