Editoriale

Sacrificare delle gemme della nostra industria delle tecnologie di punta? NO!

Il Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE), i Verdi e il PS vogliono abolire il nostro esercito. Senza posa, attaccano sia frontalmente, sia per tramiti diversi. L’ultimo in ordine di data: l’iniziativa «per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico».

Di che cosa si tratta?

In «materiale bellico», c’è la guerra; ci sono le guerre, quelle che, è vero, fanno morti e feriti. Ma c’è anche un’altra guerra, quella delle parole. E in questa guerra, bisogna ben dirlo, gli iniziativisti sono molto abili nell’avanzare sotto copertura.

Materiale bellico… Parliamo solo di cannoni? Un po’, sì, ma sempre meno. Perché ciò di cui si tratta oggi, è sempre più di sistemi tecnologici, in particolare di sistemi informatici complessi le cui applicazioni sono molto diversificate e spesso solo marginalmente legate al settore della sicurezza. Perché nel settore delle tecnologie, soprattutto delle tecnologie di punta, c’è spesso un confine molto sottile, a volte addirittura più nessun confine fra le applicazioni civili e quelle militari. Una tecnologia può essere concepita a fini esclusivamente civili, risvegliando solo in seguito un interesse da parte del settore della sicurezza.

A essere colpita da questa iniziativa non sarà perciò una manciata di mercanti di cannoni, bensì molte imprese, alcune grandi ma soprattutto molte PMI attive in una miriade di settori dell’alta tecnologia. E, con queste imprese, saranno naturalmente i loro dipendenti a essere colpiti. In piena crisi economica e sociale, non abbiamo di meglio da fare che precipitare ancora più lavoratori svizzeri nella disoccupazione?

Gli iniziativisti hanno imparato la lezione. Dopo lo scacco di fronte al popolo, nel settembre 2007, di una prima iniziativa che chiedeva direttamente il divieto di esportare materiale bellico, ecco che tornano alla carica per un altro tramite: questa volta attaccano il finanziamento delle imprese attive nel settore della sicurezza. Non sono riusciti a proibire l’esportazione? Non importa, oggi tentano di tagliarle i viveri! È più furbo, evidentemente. Ma il trucco è evidente e il risultato, se li lasciamo fare, sarà lo stesso: sarà la fine delle esportazioni e, in definitiva, la morte o la delocalizzazione di gemme della nostra economia, soprattutto delle gemme della nostra tecnologia di punta, nella quale abbiamo in Svizzera ancora i mezzi per essere forti.

Passiamo al totale arbitrio, per non dire assurdità, di questa soglia del 5% (della cifra d’affari annua) a partire dal quale un’impresa che ha la sfortuna di produrre ed esportare dei prodotti utilizzati nel settore della sicurezza, si vedrà posta in una lista nera che rischia di causare la sua la sua morte.

Cerchiamo di considerare anche il discredito, per non dire il sospetto che rischiamo di gettare su tutte queste gemme della nostra economia che, peraltro, sono attive quasi esclusivamente nel settore civile. È così che possiamo sperare di incoraggiarle a investire nella ricerca, nelle tecnologie del futuro? È così che possiamo incoraggiarle ad assumere personale, semplicemente perché un giorno un prodotto all’inizio per uso civile potrebbe trovare un’applicazione nel settore della sicurezza?

No, questo iniquo sistema di sanzioni non è nell’interesse né della nostra economia, né delle migliaia di lavoratori coinvolti, né della nostra sicurezza. E avrà un solo effetto, uno solo: favorire i nostri concorrenti esteri, senza fermare né evitare alcuna guerra. Perché la guerra non è nelle armi; non è nemmeno nel denaro; è, purtroppo, nell’uomo.

Ecco perché dobbiamo dire NO, il 29 novembre, a questa iniziativa che avanza sotto copertura e che è contraria all’interesse del paese. Perché non è il momento né di sacrificare dei posti di lavoro né di minare le basi della nostra sicurezza.

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