Discorso

Affinché restiamo liberi

Il termine «fake news», notizia falsa in italiano, è stato creato subito dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati uniti d’America. Esso non ha condotto, come si aveva il diritto di attendersi, a un esame critico dei resoconti mediatici. Da noi è servito a qualificare «fake news», quindi a denigrare i temi che hanno in passato fatto la forza del nostro paese, ossia l’indipendenza, la sovranità, la sicurezza, delle frontiere protette, una politica d’asilo rigorosa – tutto ciò è considerata oggi come retrogrado, come isolazionistico. Ma la campagna condotta dagli avversari dell’iniziativa per l’autodeterminazione non è solo una «fake news», è pure crassamente menzognera e diffamatoria. Essa si serve delle immagini più brutali per distruggere il principale valore della Confederazione, la democrazia diretta.

I mezzi utilizzati dagli avversari della nostra iniziativa sono di una grossolanità disgustosa. Nello stesso momento in cui un giornalista è abominevolmente torturato e assassinato in un consolato dell’Arabia saudita (secondo certe testimonianze sarebbe stato fatto a pezzi con una motosega), gli autori della campagna contro l’autodeterminazione si servono dell’immagine di una motosega che fa a pezzi i diritti dell’uomo in Svizzera. Cari delegati, questo modo d’agire è crudele, disgustoso e, per di più, menzognero. I media che riprendono acriticamente queste affermazioni sono altrettanti mentitori. Immaginiamo per un solo istante che l’UDC si fosse servita di tali immagini! Immaginate le urla che si sarebbero scatenate in tutto il paese. E dire che si è osato gridare allo scandalo all’epoca, per qualche pecora nera e per delle punte di minareti!

Noi abbiamo volutamente scelto per la nostra campagna «SÌ all’autodeterminazione, significa SÌ alla democrazia diretta» un soggetto e un colore neutri, per fare ben capire che non si tratta di una questione di sinistra o di destra, ma unicamente di rispondere alla domanda seguente: come mantenere la democrazia diretta nel nostro paese? Ci si sarebbe potuti aspettare da parte di avversari seri, che accettino di discutere un tema di tale importanza. E invece no. La loro unica reazione è stata «Quale altra brutta sorpresa ci prepara di nuovo questa cattiva UDC?» Intanto, i nostri avversari si sono ancora una volta riuniti sotto la ridicola bandiera «Tutti contro l’UDC». Una congrega a dir poco eterogenea che, di solito, non ha mai un’opinione comune. Vi si trovano, per esempio, i manager a beneficio di bonus di economiesuisse, per i quali i bonus sono più importanti del benessere della Svizzera e che sono dispostissimi a sacrificare la democrazia diretta per conservare i loro salari. Si tratta di dirigenti di grandi imprese, in gran parte stranieri. I chi hanno trovato come alleati? Le chiese, le organizzazioni dei diritti dell’uomo come Amnesty International – e tutti i partiti salvo l’UDC. Si riderebbe, se non si avesse voglia di piangere, di fronte a tanta malafede.

Peraltro, Signore e Signori, tutto ciò lo conosciamo bene. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Anzi, ciò ci incita a raddoppiare i nostri sforzi. Non ci lasciamo mettere a tacere quando si tratta dei diritti e della libertà del nostro paese.

Si può tuttavia constatare qua e là, che certi nostri avversari cominciano a rendersi conto che qualcosa non gira bene nel loro campo. Nel canton Zugo, alcuni membri del PLR hanno rifiutato di seguire gli ordini di scuderia del loro partito e i Giovani PLR del canton Zurigo hanno addirittura deciso di raccomandare l’accettazione dell’iniziativa. In effetti, l’iniziativa per l’autodeterminazione è originariamente un progetto radical-democratico, perché chi altri, se non i fondatori del nostro Stato, ossia i radicali, hanno difeso in passato la libertà e l’autodeterminazione?

Ma le opinioni in seno al popolo sono diverse da quelle degli organi dei partiti politici, credetemi. La nostra iniziativa è sostenuta da donne e uomini di tutti i ceti e di tutto il paese. Giustamente, perché l’autodeterminazione non è una questione di destra o di sinistra, ma è un obiettivo fondamentale delle Svizzere e degli Svizzeri.

Noi continueremo a batterci, perché vinceremo in ogni caso. Se non sarà il 25 novembre 2018, sarà allora in occasione delle prossime elezioni, quando il popolo avrà constatato una volta di più che la maggioranza degli altri partiti, il Parlamento e il Consiglio federale tentano di spingere la Svizzera nell’UE tramite un accordo-quadro. Perché sono gli stessi ambienti che oggi combattono così violentemente l’iniziativa per l’autodeterminazione. Semplicemente perché questa iniziativa taglia loro l’erba sotto i piedi. Noi possiamo porre fine al loro giochetto il 25 novembre

  • affinché non veniamo spinti nell’UE
  • per salvaguardare i nostri salari e i nostri posti di lavoro
  • per evitare di pagare imposte, tasse e prelievi più elevati
  • per garantire la certezza del diritto
  • per espellere gli stranieri criminali
  • per ottenere la completa applicazione di iniziative come quelle sui pedofili e sull’internamento
  • per poter di nuovo gestire l’immigrazione in modo autonomo.

Basta dire SÌ alla democrazia diretta, quindi SÌ all’îniziativa per l’autodeterminazione.

Il 25 novembre prossimo auspichiamo solo di avere una risposta alla domanda seguente: che cosa conta in Svizzera? La legislazione svizzera che ha dato buona prova di sé, la maggioranza di popolo e cantoni, oppure alcuni politici che non cessano di riferirsi al diritto internazionale o a qualche trattato internazionale?

L’iniziativa per l’autodeterminazione propone un articolo costituzionale che stabilisce che, in caso di conflitto fra dei trattati internazionali e la Costituzione federale, quest’ultima è prioritaria.  Questo ordinamento è stato in vigore senza contestazioni fino al 2012. Ancora nel 2010, il Consiglio federale rilevava: «Non si può lasciare all’apprezzamento delle autorità la domanda a sapere se un’iniziativa debba essere applicata o no. Sarebbe abusivo e nocivo per il processo politico sottoporre un’iniziativa al popolo, per poi non applicarla o applicarla solo parzialmente quando viene accettata.» Il governo rilevava poi ancora in modo del tutto esplicito: «In caso di conflitto fra la nuova norma costituzionale e il diritto internazionale, il Consiglio federale è dell’opinione che la norma costituzionale più recente sia prioritaria.»

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