Discorso

Il punto della situazione in Svizzera a inizio 2018

Questo mese di gennaio 2018 è, per l’UDC, quello dei fenomeni migratori inattesi: si è così visto un consigliere federale ticinese salire la settimana scorsa a Zurigo, e oggi è la volta di un consigliere federale vodese che scende a Ginevra. E ciò in occasione di sfide altrettanto pericolose: parlare d’Europa alla tribuna dell’Albisgüetli, e parlare di esercito in territorio ginevrino!

Più seriamente, non è senza un certo piacere che mi unisco a voi qui in occasione di quest’assemblea dei delegati: in primo luogo, perché condivido delle solide affinità con il cantone che ci accoglie, un cantone confinante con il mio e vicino al mio domicilio e, in secondo luogo, perché l’anno appena iniziato comporterà diversi dossier difficili per il dipartimento di cui ho la responsabilità, dossier che richiederanno il sostegno senza tentennamenti della nostra famiglia politica. Questo sostegno è sempre prezioso, sia in Parlamento che altrove.

Ai nostri amici ginevrini, devo rivolgere anzitutto un messaggio di circostanza. Benché sia orientato sugli affari federali da ormai più di due anni, e perciò tenuto a un dovere di riservatezza nei confronti degli affari cantonali, continuo a seguirli con molto interesse, ragione per cui tengo a esprimervi il mio sostegno e mi permetto di augurare coraggio e buona fortuna a chi fra di voi ha fatto la scelta d’impegnarsi attivamente nell’imminente campagna elettorale. Spero che la primavera premierà il vostro impegno.

Visto che mi si chiede di esporvi uno stato della situazione della sicurezza in Svizzera all’alba di questo nuovo anno, devo innanzitutto sottolineare l’importanza del fossato che separa la gamma di missioni importanti del mio dipartimento e i mezzi limitati che gli vengono assegnati per svolgerle. Di fatto, il DDPS non è decisamente quel «enfant gâté» della Confederazione che certuni si divertono a caricaturare per meglio invocare una sua dieta dimagrante. Esso deve peraltro assicurare dei compiti le cui varietà e intensità sono considerevolmente cresciute con il tempo.

Ben lungi dalla definizione relativamente omogenea che aveva nel XX° secolo, la sicurezza, nel senso più ampio del termine, costituisce oggi un settore particolarmente diversificato, fortemente globalizzato, tecnologicamente e politicamente complesso, caratterizzato da interdipendenze sempre più marcate. Lo dimostra il progetto d’acquisizione di un nuovo aereo da combattimento, che è evidentemente uno dei progetti faro del mio dipartimento. Per sperare di condurlo a buon fine con un minimo di efficacia, bisogna soppesare contemporaneamente le capacità militari dell’apparecchio previsto, le dipendenze tecnologiche dal suo costruttore, la sicurezza informatica dei sistemi montati a bordo, la coordinazione e l’interoperabilità dell’insieme dei mezzi assegnati in più alla difesa aerea, la strategia di partecipazione industriale, che interessa a giusta ragione la piazza economica svizzera, e pure gli effetti finanziari indotti sugli altri sistemi e mezzi del nostro esercito, in particolare su quelli delle nostre forze terrestri che, naturalmente, non vogliono essere i parenti poveri dell’operazione.

A tutto ciò si aggiunge l’elaborazione del processo democratico, ossia della tecnica legislativa di messa in atto di questo dossier, le tappe parlamentari della sua convalida, la questione sempre aperta e delicata di un voto popolare e, beninteso, le procedure di comunicazione inerenti a qualsiasi progetto di questo tipo. Infine, nonostante tutti gli sforzi intrapresi, bisogna essere consapevoli che certe formazioni non avranno altro obiettivo che quello di guadagnare tempo e ritardare il rinnovamento della nostra flotta che sta invecchiando, nella segreta speranza che raggiungerà a breve un grado di obsolescenza irreversibile.

Al di là delle questioni accessorie legate alla marca o alla nazionalità di un nuovo velivolo, non bisogna fraintendere la posta in gioco fondamentale di questo dossier. Perciò, fino all’ultimo secondo di un’eventuale votazione popolare, dovremo sempre tenere presente che l’aviazione militare è e rimarrà un pilastro essenziale della nostra difesa nazionale, di cui né droni né missili potranno supplire al potenziale d’azione. Senza le forze aeree, è il futuro stesso del nostro paese a essere compromesso. Questo postulato lascerà di sasso gli avversari irriducibili del nostro esercito ma, se abbiamo un minimo senso dello Stato e di responsabilità, dobbiamo ritenere che le incertezze della nostra epoca ci proibiscono di privarci volontariamente di un tale appoggio.

Già oggi, mentre il Consiglio federale si appresta a rimettersi all’opera in questo settore, voglio esprimere le più grandi riserve sull’idealismo che condurrebbe a escludere l’ipotesi di un conflitto classico o a considerare che l’esistenza dei nostri attuali aerei possa essere prolungata a tempo indefinito.

Nel corso del XX° secolo, tutti i tipi di strategia presunti saggi si sono manifestati per predicare, in qualche modo, una specie di difesa per rassegnazione, persuasi che solo i bombardieri strategici o l’arma nucleare avrebbero finito per imporre la loro legge sul piano strategico. Ma questo ragionamento non ha retto alla prova dei fatti. Di conseguenza, ogni cittadino che sia minimamente attaccato al principio di neutralità del nostro paese, alla salvaguardia della sua indipendenza e della sua sovranità, deve essere cosciente che è possibile compromettere questi valori con le armi convenzionali e che anche questi mezzi necessitano di risposte militarmente appropriate.

La settimana che sta terminando è stata intensa per quasi 5’000 dei nostri uomini che hanno dovuto, nell’ambito del WEF, effettuare prestazioni di protezione di persone e di beni, garantire la sicurezza dello spazio aereo e prestare assistenza sanitaria. L’insieme di queste attività s’inserisce in quello che chiamiamo impegno sussidiario di sicurezza, destinato a sgravare le autorità locali di polizia e a permettere loro di concentrarsi sulle loro missioni prioritarie. Il risultato è stato del tutto all’altezza delle nostre aspettative.

Possiamo andare fieri che una tale operazione sia stata effettuata dal nostro esercito. Mi direte che è il suo ruolo, dopotutto. Certo. Tuttavia, essere all’appuntamento di eventi di queste dimensioni, essere capaci di raccogliere le considerevoli sfide che essi lanciano, offrire al mondo – perché è proprio di questa scena che si tratta – l’immagine di un paese conscio delle sue responsabilità di sicurezza e in grado di assumerle al più alto grado, è un argomento che contribuisce a rafforzare la credibilità delle nostre forze armate.

Permettetemi di provarne una legittima soddisfazione, la stessa soddisfazione che ho provato d’altronde lo scorso anno, quando i nostri effettivi sono intervenuti su diversi teatri di catastrofi naturali, che si trattasse d’incendi o di frane, in Grigioni e in Ticino. Tenuto conto del cambiamento climatico, questo genere d’interventi farà sempre più parte della quotidianità del nostro esercito, dato che è praticamente il solo a disporre dei mezzi umani e logistici atti ad assicurarli.

Lo si vede, la nostra politica di sicurezza si trova di fronte a un quadro in continua evoluzione e a una molteplicità di minacce:danni naturali, terrorismo di massa, cyber-attacchi, ibridazione dei conflitti. Questa costatazione dimostra che la sicurezza nazionale – che tocchi all’esercito, al Servizio d’informazione della Confederazione o ad altre istanze cantonali competenti – non può essere focalizzata su un unico obiettivo. Siamo ormai impegnati su una via che, seppure fortemente ramificata, non è per questo meno accidentata. Queste minacce necessitano una procedura accurata di apprezzamento, che privilegi la tempestività, la collaborazione e il realismo. E anche una buona dose di sangue freddo.

La grande instabilità che percepiamo sul piano internazionale, l’imprevedibilità dei cambiamenti politici o economici, la brutale accelerazione del nostro ritmo di vita, ci obbligano a mettere in atto dei meccanismi di sicurezza alla base dei quali dovrebbero idealmente figurare l’autocontrollo e la ragione, piuttosto che le mode e i capricci.

Infatti, chi avrebbe potuto predire che il temibile califfato dello Stato islamico si sarebbe sgonfiato dopo tre anni d’esistenza? Chi sa a che scopo Kim Jong-Un sta costituendo il suo arsenale atomico? Chi può intravvedere l’avvenire della Russia – e più ampiamente, quello dell’Europa dell’est – dopo Putin? Incapaci di leggere attraverso lo spessore degli avvenimenti, e soprattutto di modificare il corso degli eventi, non abbiamo altra scelta che prepararci. «Nihil admirari», non lasciarsi sorprendere da nulla, preconizzavano a questo riguardo i saggi dell’antichità latina.

Ai modi autoritari, all’incostanza politica, ai favori ingiustificati dell’attualità, bisogna opporre il sangue freddo. Così, per esempio, le «cyber-minacce», che nel 2017 sono state senza dubbio la parola più trita e ritrita dell’anno nel settore della difesa, devono evidentemente essere prese sul serio e combattute con determinazione, a tutti i livelli. Tuttavia, focalizzare le nostre energie in ambito della sicurezza su questo unico settore, non per incanto farebbe sparire le altre minacce e non migliorerebbe di una virgolala sicurezza globale del nostro paese.

La politica di sicurezza, Signore e Signori, non è una banderuola che gira a seconda di come tira il vento: è, e insisto su questo punto, una questione di ragione, di calma, di analisi, di tempestività e di adattamento. Cosicché, quando il Consiglio federale propone di rinnovare l’equipaggiamento delle nostre forze aeree, non lo fa per capriccio o perché è di moda, bensì perché ritiene che da esso dipenda effettivamente una protezione efficace della popolazione svizzera. Altrettanto, USEs (Ulteriore Sviluppo dell’Esercito, NdT)non è una riforma in più del nostro esercito: è una metamorfosi accuratamente studiata, politicamente valida e attualmente in fase di applicazione, che mira ad adeguare i nostri effettivi alle missioni suscettibili di essere loro affidate. Non è per metterci in mostra che vogliamo un esercito più reattivo, meglio formato, meglio radicato sul regionalmente e meglio equipaggiato; è perché siamo convinti che sono quelle le caratteristiche di un esercito moderno, in grado far fronte alle importanti sfide nel campo della sicurezza della nostra epoca e di assicurare una difesa nazionale efficiente.

Tuttavia, devo evocare un’ombra sullo scenario e ricordare che i nostri mezzi di difesa cozzano contro un contesto budgetario difficile. Se allarghiamo il nostro angolo visivo, anche se fatte le dovute proporzioni, constatiamo che le nostre spese militari rappresentano solo lo 0,7% del nostro PIL, il che classifica la Svizzera fra la Repubblica Dominicana e la Giamaica, mentre questa cifra è in media circa il doppio nell’insieme dell’Unione europea.

Tuttavia, il DDPS non si lamenta della sua sorte, tanto più che uno sforzo finanziario è richiesto a tutto il settore pubblico. Al contrario, vogliamo attingere da questa difficoltà un’incitazione a priorizzare ancora meglio i nostri obiettivi, a gestire ancora meglio i nostri mezzi e a ottimizzare ancora di più i nostri potenziali, senza prestare troppo orecchio alle opinioni perlopiù contrarie in materia di sicurezza che vengono espresse nel mondo politico.

Signore e Signori, cari delegati, molti ritengono – a giusta ragione, d’altronde – che la Svizzera sia un paese che deve la sua prosperità essenzialmente al fatto che può appoggiarsi su norme giuridiche solide, su un’economia dinamica e innovativa, su una legge del lavoro meno pedante che altrove, su una manodopera di qualità, formata secondo un sistema professionale e accademico altamente sperimentati, infine su delle istituzioni e infrastrutture affidabili. Nessuno potrebbe contestarlo.

Tuttavia, come ricordavo mercoledì sera di fronte alle istanze vodesi dell’UDC, non dimentichiamo il contributo che la sicurezza apporta alla nostra qualità di vista. La sicurezza non significa soffocare la nostra libertà; al contrario, ne è l’ossigeno, come è l’ossigeno che permette alla giustizia, alla democrazia e all’indipendenza di esistere, e ciò con nostra grande soddisfazione.

Vi sono perciò grato, nell’ambito delle vostre responsabilità politiche individuali o collettive, di agire per il mantenimento di questa sicurezza, in particolare vegliando a che possa disporre dei mezzi indispensabili al suo esercizio.

Colgo infine l’occasione, non è mai troppo tardi, per accompagnare questo mio appello con i miei più sinceri auguri di un 2018 che soddisfi le ambizioni del primo partito svizzero. Avrete senza dubbio preso conoscenza del sondaggio Tamedia recentemente effettuato in previsione delle elezioni federale del 2019 e apprezzato il fatto che pronosticava una netta progressione della nostra formazione. È un incoraggiamento a restare fedeli alle nostre convinzioni e a difenderle con energia.

Auguro successo e prosperità al cantone che ha avuto la cortesia di ospitarci, e a ognuno di voi un eccellente 2018 nella vostra attività personale e professionale.

Grazie della vostra attenzione.

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