Discorso

Per la diversità dei media, la concorrenza e una legislazione adeguata al nostro tempo

La numerizzazione e altri sviluppi tecnologici hanno definitivamente modificato il panorama mediatico. L’offerta di cui disponiamo oggi è di una diversità mai vista fino a ora, in particolare nel settore dei media elettronici. È in questo contesto che deve essere condotto il dibattito sul “servizio pubblico”. Questa discussione deve precisare quali prestazioni debbano sempre essere prodotte dallo Stato e quali altre debbano o possano essere realizzate dal settore privato. Ma il Consiglio federale rifiuta ostinatamente di affrontare queste questioni.   

Il dibattito sulla politica mediatica non è oggi più marcato dalla questione della ripartizione delle frequenze, bensì si orienta principalmente sulla neutralità della rete e l’integrità del segnale. La conseguenza logica delle nuove possibilità tecnologiche e della crescente diversità dei media elettronici sarebbe infatti una deregolamentazione di questo settore. È assurdo che, in una tale situazione, gli interventi e le sovvenzioni dello Stato aumentino, mentre che i produttori privati si battono, spesso invano, per delle condizioni-quadro eque e delle possibilità attrattive di sviluppo economico. La politica mediatica ha preso una direzione totalmente sbagliata. Il concetto obsoleto del “servizio pubblico” di cui dà prova l’autorità politica ostacola i produttori privati nelle loro attività e provoca una sovra-regolamentazione e delle distorsioni della concorrenza.
Si dimentica volentieri in questo contesto, che le offerte del “servizio pubblico” si fondano alla fine sempre su interventi statali e producono sempre delle distorsioni della concorrenza. È perciò importante vegliare a che il “servizio pubblico” non comprenda che le prestazioni realmente e assolutamente necessarie. Nell sua definizione di “servizio pubblico”, l’UDC si basa rigorosamente sul principio della sussidiarietà:  
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"Il “servizio pubblico” è composto di prestazioni che devono assolutamente essere offerte e che il settore privato non può o non vuole offrire."
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Delle prestazioni finanziarie con fondi pubblici hanno sempre il carattere di un sistema d’economia pianificata. Al contrario, la concorrenza genera la diversificazione dell’offerta e delle opinioni, condizione basilare per una democrazia viva. L’affermazione diffusa dal Consiglio federale e dalla Commissione federale dei media, secondo la quale il settore privato è incapace di produrre le prestazioni giornalistiche necessarie al funzionamento della democrazia deve essere categoricamente respinta.

Creazione di condizioni-quadro favorevoli alla concorrenza
In vista del dibattito sul «servizio pubblico», l’UDC ha preparato un documento di fondo che elenca i suoi obiettivi e le sue richieste. I principi di base sono i seguenti:

  • I produttori privati sono in concorrenza. Essi devono finanziarsi con risorse private, fatta eccezione (purtroppo) per le loro crescente quota del prodotto dei canoni. Essi hanno bisogno di entrate sufficienti provenienti dalla pubblicità e dallo sponsoring, quindi delle quote e delle parti di mercato corrispondenti.
  • La SSR/SRG si finanzia nella misura del 75% con il prodotto del canone obbligatorio. Essa ha diritto a una concessione e non si trova in situazione di concorrenza. La SSR/SRG produce un servizio d’interesse pubblico, non mira a utili (art. 23 LRTV) e non misura il suo grado di consenso “in primo luogo secondo la sua parte di mercato” (art. 3 della concessione della SSR/SRG). I suoi programmi devono distinguersi chiaramente da quelli dei produttori privati.  

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Mentre che le aziende mediatiche private hanno bisogno di condizioni-quadro attrattive e di una legislazione liberale, la SSR/SRG svolge il suo mandato indipendentemente dai suoi risultati finanziari e dal suo successo presso gli ascoltatori e i telespettatori.

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La corte costituzionale tedesca parte da princìpi analoghi. Nella sua decisione del marzo 2014, essa ha considerato la radiodiffusione di diritto pubblico come un “contrappeso ai produttori privati” le cui “prestazioni devono seguire un’altra logica che non gli incentivi basati sull’economia di mercato”.

Rapporto deludente del Consiglio federale
Invece di affrontare queste questioni fondamentali, il rapporto del Consiglio federale sul «servizio pubblico» delude su tutta la linea. Annunciato con magniloquenza come base “di una discussione senza tabù”, il documento è pieno di lacune e si limita a riprodurre unilateralmente il punto di vista della SSR/SRG. L’argomentazione del Consiglio federale mira quasi esclusivamente a mantenere lo status quo della SSR/SRG, a estendere le attività della SSR/SRG e a proporre nuove misure di sostegno ai media. Eppure, l’enorme diversità mediatica che conosciamo oggi, grazie in particolare alla numerizzazione, esigerebbe una riduzione degli interventi dello Stato. Bisognerà lavorare ancora a lungo per poter fare realmente avanzare il dibattito sul «servizio pubblico».
Il Consiglio federale non ha riconosciuto i segni del tempo. Non presenta né varianti, né scenari alternativi nel suo rapporto. Vi si cerca invano la benché minima riflessione sulla possibilità di ridurre le attività mediatiche pubbliche che non cessano di generare nuove offerte. E nemmeno il Consiglio federale è interessato a incoraggiare la concorrenza. Il suo unico obiettivo è di rafforzare la posizione della SSR/SRG, affinché questa possa resistere a una presunta “concorrenza internazionale”. Ciò significa ignorare l’evidenza che la SSR/SRG non è in realtà in una situazione di concorrenza grazie al suo mandato di diritto pubblico. E nei progetti del Consiglio federale non entra nemmeno un miglioramento delle condizioni nelle quali lavorano i media privati. Una maggiore concorrenza sarebbe peraltro necessaria, in particolare nel settore dell’intrattenimento e delle trasmissioni sportive.   

Combattere le crescenti dipendenze dallo Stato
L’obiettivo principale della SSR/SRG è di creare delle condizioni-quadro favorevoli alla concorrenza. È un errore politico fondamentale ostacolare, o addirittura impedire, l’accesso al mercato di imprese private moltiplicando le offerte concorrenziali finanziate con il denaro dei contribuenti e che non hanno alcun rapporto con il mandato di «servizio pubblico». Per migliorare la situazione dei media privati, bisogna cominciare riducendo gli ostacoli legali. In nessun caso, lo Stato deve aumentare il suo sovvenzionamento di produttori privati: l’aumento della dipendenza finanziaria dei media privati dal denaro dei contribuenti è uno di grandi punti deboli della legge modificata sulla radiotelevisione.
È inquietante che la Berna federale cominci addirittura a valutare un sovvenzionamento pubblico dei portali Internet. Il Consiglio federale vuole rafforzare l’offerta in linea della SSR/SRG, sostenere con fondi pubblici gli attori in linea privati e regolamentare il settore Internet ignorando deliberatamente il fatto che questo mercato è in forte espansione e che l’offerta su Internet è di una diversità straordinaria.
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È un’assurdità voler sovvenzionare un mercato che funziona perfettamente e nel quale l’offerta ha raggiunto una diversità mai vista finora. LÚDC respinge l’aiuto ai media in generale e nel settore dell’Internet in particolare.
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Bisogna pure impedire che la LRTV sia estesa per diventare una legge sui media che copra anche Internet. È in senso inverso che bisogna agire: deregolamentare e concedere una maggiore libertà imprenditoriale.
La diversità dei media può aumentare e la concorrenza rafforzarsi unicamente se il servizio di base finanziato dallo Stato si limita alle offerte che non siano già proposte dai produttori privati.   

 

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