Tre problemi. Una domanda: chi si assume la responsabilità?

Il nostro presidente Marcel Dettling ha appena presentato uno Schwarzbuch. Un libro scomodo. Perché mette nero su bianco ciò che troppo spesso viene minimizzato nei palazzi della politica, ma che i cittadini sperimentano ogni giorno: affitti sempre più cari, infrastrutture sotto pressione, miliardi di spesa pubblica e crescenti preoccupazioni per la sicurezza.

Marco Chiesa
Marco Chiesa
Consigliere agli Stati Ruvigliana (TI)
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Mi concentrerò su tre capitoli: immigrazione di massa, caos dell’asilo e criminalità straniera.

Tre problemi. Un unico filo conduttore: la distanza fra le promesse della politica e la realtà vissuta dai cittadini.

Non mancherò di citare il Ticino, dove alcune di queste difficoltà si manifestano da anni con particolare intensità. Ma oggi non parlo soltanto del Ticino. Parlo della Svizzera. E di chi, a Berna, prende decisioni e deve risponderne.

1. Immigrazione di massa: dalle promesse alla realtà

Comincio da una cifra: ottomila.

Nel 2000, quando il popolo votò sulla libera circolazione delle persone, il Consiglio federale prevedeva un’immigrazione netta europea inferiore a ottomila persone all’anno.

Ottomila.

Se quella previsione si fosse avverata, in venticinque anni sarebbero arrivate meno di duecentomila persone.

Secondo le statistiche demografiche riprese nel nostro Schwarzbuch, l’immigrazione dall’Unione europea ha invece superato il milione di persone. Più di cinque volte quanto prospettato.

E non è tutto. Considerando anche l’immigrazione dai Paesi terzi e il saldo naturale, tra il 2000 e il 2024 la popolazione svizzera è cresciuta di quasi due milioni di abitanti. Il 27 per cento in più.

Dietro queste cifre ci sono conseguenze concrete.

Abitazioni da costruire. Strade e ferrovie da ampliare. Scuole e infrastrutture da finanziare. Campagne e superfici verdi che lasciano spazio al cemento.

Perché possiamo aumentare la popolazione. Ma non possiamo aumentare il territorio della Svizzera.

Certo, l’immigrazione ha contribuito anche alla nostra prosperità. Ma ogni crescita ha un costo. E quando la politica sottovaluta quel costo, sono i cittadini a pagarne le conseguenze.

In Ticino conosciamo bene questa realtà.

Quasi ottantamila frontalieri lavorano nel nostro Cantone. Per molte imprese rappresentano una risorsa. Ma il mercato del lavoro ticinese conosce anche una forte concorrenza per i posti di lavoro e una particolare pressione sui salari.

E penso soprattutto ai nostri giovani.

Ragazzi che studiano, completano un apprendistato, conseguono un diploma e cercano di costruire il proprio futuro nel Cantone in cui sono cresciuti.

Secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Ufficio federale di statistica, la disoccupazione giovanile raggiunge in Ticino il 12,9 per cento, contro l’8,2 per cento a livello nazionale. Quasi cinque punti percentuali di differenza.

Non possiamo chiedere ai nostri giovani di prepararsi per il futuro e poi lasciarli senza prospettive adeguate per costruirselo.

Il frontalierato non è l’unica causa delle difficoltà del mercato del lavoro. Ma la concorrenza occupazionale e le differenze salariali non possono essere ignorate.

E mentre questi problemi rimangono aperti, il Partito socialista propone naturalizzazioni più facili e il diritto di voto agli stranieri dopo cinque anni di soggiorno.

I Verdi chiedono ulteriori vie legali e sicure per l’immigrazione.

Lo Schwarzbuch richiama inoltre le conseguenze potenziali dei nuovi accordi con l’Unione europea, in particolare le disposizioni sul soggiorno permanente che potrebbero interessare una platea di circa 690’000 cittadini europei.

A chi propone ulteriori aperture chiediamo: chi si assume la responsabilità delle conseguenze?

Perché i costi delle decisioni di oggi non possono essere lasciati in eredità alle generazioni di domani.

2. Asilo: miliardi di franchi, ma quali risultati?

Passiamo al secondo capitolo: l’asilo.

Tre miliardi e mezzo di franchi all’anno.

È quanto spende la Confederazione secondo le cifre riportate nel nostro Schwarzbuch, senza contare i costi dell’esecuzione delle pene.

Una somma che, ripartita indicativamente sulla popolazione, equivale a circa 1’600 franchi per una famiglia di quattro persone. E a questi miliardi si aggiungono le spese sostenute da Cantoni e Comuni, delle quali manca ancora un quadro complessivo sufficientemente trasparente.

Nessuna famiglia, nessuna azienda può permettersi di spendere senza chiedersi quali risultati ottiene.

Perché la Confederazione dovrebbe fare eccezione?

Non è soltanto una questione di denaro. È una questione di efficacia e di credibilità delle istituzioni.

Prendiamo Dublino. Il sistema stabilisce quale Stato partecipante è competente per esaminare una domanda d’asilo.

Ho presieduto la Commissione della politica estera del Consiglio degli Stati. So bene che un accordo internazionale vale anche per la capacità di applicarlo. E quando i trasferimenti previsti non vengono eseguiti, le responsabilità rimangono sulla carta.

Un accordo che esiste solo sulla carta non è un successo.

A Chiasso lo vediamo concretamente.

Identificazioni, procedure, collaborazione con le autorità italiane, riammissioni.

Quando questi meccanismi si inceppano, le conseguenze ricadono anche sui Cantoni e sui Comuni.

E c’è un dato che deve far riflettere.

Alla fine del 2025, secondo la Segreteria di Stato della migrazione, 42’275 persone beneficiavano dell’ammissione provvisoria, il cosiddetto Permesso F. Quasi quanto gli abitanti di Bellinzona.

Secondo una stima dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, circa il 90 per cento delle persone ammesse provvisoriamente rimane in Svizzera a lungo termine.

Provvisorio nel nome. Spesso duraturo nei fatti.

La legge consente l’ammissione provvisoria quando l’allontanamento non è possibile, ammissibile o ragionevolmente esigibile. Non significa quindi che queste persone soggiornino illegalmente.

Ma questo non elimina la responsabilità politica di rendere efficienti le procedure, trovare soluzioni durevoli e assicurare i rimpatri quando sono giuridicamente possibili.

Il Consigliere federale Beat Jans afferma di avere la situazione sotto controllo. Le analisi della Neue Zürcher Zeitung richiamate nello Schwarzbuch sollevano seri interrogativi su questa valutazione.

E allora la domanda è semplice.

Quante decisioni di allontanamento vengono prese? E quante vengono effettivamente eseguite?

Perché uno Stato che prende decisioni senza riuscire ad applicarle perde autorevolezza. E a pagarne le conseguenze sono, ancora una volta, i cittadini.

3. Criminalità straniera: la sicurezza non è uno slogan

Terzo capitolo. La sicurezza.

Secondo la Statistica criminale di polizia 2025, su 92’147 persone imputate dalla polizia, 53’326 sono di nazionalità straniera. Quasi il 58 per cento.

Parliamo di persone imputate, non necessariamente condannate. E l’interpretazione di questi dati richiede di considerare la composizione demografica e le diverse categorie di soggiorno.

Ma la necessaria precisione statistica non può diventare un pretesto per non

affrontare i problemi.

Prendiamo un caso documentato nello Schwarzbuch.

Un’analisi interna della Segreteria di Stato della migrazione, resa nota dal Blick, ha esaminato un gruppo di 4’299 richiedenti l’asilo provenienti dal Maghreb.

Secondo i dati pubblicati, 3’462 risultavano accusati di almeno un reato: l’80,5 per cento del gruppo considerato. Accusati, non necessariamente condannati. E si tratta di un gruppo specifico, non della totalità dei richiedenti l’asilo provenienti dal Nord Africa.

Ma siamo di fronte a un dato che richiede risposte precise, soprattutto rispetto alla criminalità reiterata.

Perché quando una persona commette un reato, poi un altro, e le autorità sono già intervenute, eppure nuovi episodi continuano a verificarsi, dobbiamo chiederci:

Quante possibilità concediamo a chi continua a delinquere, mentre le vittime aspettano di essere protette?

Nella sessione straordinaria sull’asilo del settembre 2026, secondo quanto riportato nello Schwarzbuch, gli altri partiti hanno respinto alcune proposte dell’UDC.

Fra queste, misure relative all’espulsione obbligatoria in caso di pene detentive di una certa durata e al diritto di veto dei Comuni sull’ubicazione dei centri d’asilo.

Chi respinge queste proposte ha naturalmente il diritto di farlo. Ma deve spiegare quali alternative considera più efficaci.

Perché la responsabilità politica non si misura dalle dichiarazioni di principio. Si misura dalle decisioni che si prendono in Parlamento.

Le espulsioni previste dalla legge devono essere eseguite quando sono definitive ed eseguibili.

Le autorità devono disporre di strumenti efficaci contro la criminalità reiterata.

E la protezione delle vittime deve essere una priorità concreta.

La sicurezza non si misura dal numero dei comunicati stampa. Si misura dai reati che si riescono a prevenire e dalle persone che possono tornare a casa tranquille.

Conclusione — Chi governa deve rispondere

Signore e signori,

lo Schwarzbuch non è soltanto una raccolta di cifre.

È una critica politica alle scelte compiute su immigrazione, asilo e sicurezza.

E pone tre domande fondamentali.

Chi risponde delle conseguenze della crescita demografica?

Chi garantisce che i miliardi spesi per l’asilo producano risultati concreti?

Chi assicura che la sicurezza della popolazione rimanga una priorità dello Stato?

Il Ticino conosce da vicino queste sfide. Ma sono domande che riguardano tutti i Cantoni e tutta la Confederazione. E sono domande alle quali la politica dovrà rispondere anche in vista delle elezioni federali del 24 ottobre 2027.

Perché i conti, alla fine, qualcuno deve pagarli.

E oggi, su troppe questioni, i conti non tornano.

Si può discutere delle soluzioni. Si possono avere opinioni diverse.

Ma non ci si può sottrarre alla responsabilità dei risultati.

Chi governa deve rispondere. Chi chiede fiducia deve rispondere.

Perché governare non significa soltanto decidere.

Significa rispondere delle conseguenze di ciò che si è deciso.

Ed è questa responsabilità che lo Schwarzbuch riporta oggi al centro del dibattito nazionale.

Marco Chiesa
Marco Chiesa
Consigliere agli Stati Ruvigliana (TI)
 
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