L’iniziativa sulla sostenibilità non significa chiusura, ma responsabilità verso il nostro Paese

Noi ticinesi conosciamo da tempo le conseguenze di un’immigrazione incontrollata e del caos nel settore dell’asilo. Per noi non è teoria. Non è un dibattito accademico. È realtà vissuta sulla nostra pelle.

Marco Chiesa
Marco Chiesa
Consigliere agli Stati Ruvigliana (TI)
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Quello che oggi molti Cantoni iniziano appena a percepire, in Ticino lo viviamo da anni. Abbiamo visto cosa succede quando la pressione migratoria supera la capacità di assorbimento di una regione. Abbiamo visto cosa accade quando la libera circolazione delle persone smette di essere un vantaggio e diventa una perdita secca per la popolazione. Abbiamo visto cosa significa vivere in una regione in cui l’aumento dei frontalieri e della manodopera importata non porta stabilità, ma insicurezza. Lasciatemi abbordare le principali conseguenze negative di un’immigrazione di massa.

La prima conseguenza: dumping salariale
In Ticino, il massiccio aumento della concorrenza sul mercato del lavoro ha fatto sì che i salari venissero costantemente spinti verso il basso. Questo è il punto centrale. Quando il lavoro oltre confine è più economico e le imprese, grazie alla libera circolazione, possono accedere senza restrizioni a un enorme bacino di manodopera estera, il lavoratore residente perde potere contrattuale – in particolare quello del ceto medio. E quando perde potere contrattuale, perde salario. Quando perde salario, perde dignità. Quando perde dignità, perde fiducia nello Stato. E questo non è un caso. È il risultato di scelte politiche che hanno aperto il mercato senza proteggere chi vive e forma la propria famiglia nel nostro territorio. Questa è la verità che troppo a lungo è stata ignorata.

In questo contesto, i giovani ticinesi sono i più colpiti. Per loro l’ingresso nel mondo del lavoro è diventato più difficile. Trovare un posto fisso è diventato sempre più complicato. Costruirsi un futuro è diventato un lusso. Secondo le statistiche dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), circa il 13% dei giovani ticinesi tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro e alla ricerca di un impiego. Si tratta dei professionisti di domani, che oggi vengono sostituiti da manodopera a basso costo proveniente dall’estero. Per molti giovani le prospettive hanno un sapore amaro: si studia, ci si impegna, ci si qualifica – e poi si è costretti a constatare che il proprio Cantone offre molte meno opportunità rispetto alla generazione precedente. Ogni anno circa 800 giovani ticinesi cercano fortuna nella Svizzera tedesca. E per un Cantone come il mio, questo è un campanello d’allarme forte e chiaro. Una società che non è più in grado di offrire ai propri giovani un accesso equo al mercato del lavoro comincia a sgretolarsi.

La seconda conseguenza: sovraccarico del traffico
Anche qui non parliamo di impressioni isolate, ma della quotidianità per noi ticinesi. Strade sovraccariche, tempi di percorrenza che si allungano, una qualità di vita in costante diminuzione. La pressione dei frontalieri e la crescente mobilità hanno trasformato il traffico in un incubo permanente per cittadini e imprese. Si perde tempo e qualità di vita. Questo non è progresso.

Uno Stato responsabile non misura il proprio successo solo dal numero di persone che immigrano, ma dalla capacità delle sue infrastrutture di reggere il passo. Per questo l’obiettivo dell’iniziativa sulla sostenibilità è semplice: fissare un limite e obbligare lo Stato ad agire – per proteggere le infrastrutture, il sistema sanitario, quello formativo e, più in generale, la qualità di vita.

La terza conseguenza: perdita di potere d’acquisto
Un problema rischia, come in questo caso, di generare una concatenazione di altri problemi. Quando i salari sono sotto pressione, quando gli alloggi diventano più costosi, quando il traffico è paralizzato e scuole, ospedali ecc. sono sovraccarichi, allora al cittadino del ceto medio resta meno di tutto. Meno sicurezza, meno opportunità, meno prospettive. Non c’è bisogno di spiegarglielo. Lo vede a fine mese nel suo portafoglio. E quando un numero crescente di persone lavora molto e ottiene sempre meno, la politica ha il dovere di intervenire.

La quarta conseguenza: aumento della criminalità – anche nel settore dell’asilo
Anche qui serve chiarezza. Quando un sistema perde il controllo, cresce l’insicurezza. E se le procedure sono troppo lente o vengono abusate, sono i cittadini a pagarne le conseguenze. La prima vittima è sempre il cittadino onesto.

Il Ticino conosce questo problema da tempo. E oggi si manifesta in modo sempre più evidente anche nel resto della Svizzera. La criminalità importata è aumentata in modo massiccio. Non passa quasi giorno senza violenze, furti con scasso, furti, molestie sessuali e stupri.

Per questo il nostro messaggio è chiaro.
Non siamo contro chi immigra. Ci impegniamo per la Svizzera.
Per una crescita sostenibile.
Per un mercato del lavoro che protegga le persone che vivono nel nostro Paese.
Per salari svizzeri.
Per sicurezza e ordine.

L’immigrazione è come l’acqua: se la si gestisce, irriga il giardino e i fiori; se arriva senza controllo, diventa un’inondazione distruttiva.

In Ticino l’acqua è già alla gola. Ora il resto della Svizzera inizia a capire ciò che diciamo da anni: senza limiti, senza controllo, senza volontà politica non c’è una sana apertura. C’è solo disorientamento.

Per questo questa iniziativa è necessaria.
Per proteggere i posti di lavoro dei residenti.
Per proteggere i salari del ceto medio.
Per proteggere la qualità di vita.
Per proteggere la Svizzera.
Perché difendere i nostri confini non significa chiudersi.
È responsabilità.
E senza responsabilità una nazione perde sé stessa.

Marco Chiesa
Marco Chiesa
Consigliere agli Stati Ruvigliana (TI)
 
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