Due statistiche pubblicate quasi contemporaneamente dovrebbero farci riflettere. Da un lato, il numero dei lavoratori frontalieri continua ad aumentare in modo significativo ; dall’altro, il numero dei lavoratori svizzeri disoccupati esplode!

Alla fine di giugno 2026, la Svizzera contava circa 414’000 titolari di un permesso G (frontalieri), ossia l’1,3% in più rispetto a un anno prima. In cinque anni, il loro numero è passato da 341’000 a 414’000, registrando così un aumento di oltre il 21%.
Dall’altro lato, gli ultimi dati sulla disoccupazione mostrano un’evoluzione decisamente meno incoraggiante. A luglio, in Svizzera erano iscritte alla disoccupazione 139’276 persone. Sono 10’122 in più rispetto a luglio 2025, pari a un aumento del 7,8% in un solo anno. Tra le persone dai 50 ai 64 anni, l’incremento raggiunge addirittura l’8,7%.
Queste due evoluzioni non dimostrano, di per sé, che i frontalieri siano responsabili dell’aumento della disoccupazione in Svizzera. Ma, messe a confronto, sollevano una domanda legittima sulla nostra politica dell’impiego: quanto spazio vogliamo ancora concedere al reclutamento di lavoratori stranieri mentre in Svizzera aumenta il numero delle persone in cerca di un impiego?
Soddisfare il fabbisogno sì, ma non a scapito dei nostri lavoratori
In determinati settori, la Svizzera ha evidentemente bisogno di competenze provenienti dall’estero. Ma una politica responsabile del mercato del lavoro deve preoccuparsi anche e soprattutto delle persone che vivono qui: dei giovani alla ricerca del loro primo impiego, dei lavoratori esperti licenziati dopo i 50 anni e di tutti coloro che, nonostante le proprie qualifiche, faticano a ritrovare un posto di lavoro.
Da anni, la libera circolazione ha aperto il mercato svizzero del lavoro. Il numero dei frontalieri ne è una dimostrazione particolarmente evidente: in soli cinque anni, circa 73’000 persone in più lavorano nel nostro Paese.
Di fronte a un aumento della disoccupazione di quasi l’8% in un anno, questa evoluzione merita quanto meno un vero dibattito. Una politica economica non dovrebbe limitarsi a cercare di disporre del più ampio bacino possibile di manodopera. Deve anche chiedersi come preservare le prospettive professionali di coloro che vivono e lavorano in Svizzera e vi costruiscono il proprio futuro.
Proteggere il nostro mercato del lavoro deve tornare a essere una priorità.