NO a un accordo che toglie i diritti politici alle Svizzere e agli Svizzeri per darli all’UE

L’UDC si distingue per la sua politica continua e perseverante a favore della Svizzera. Il suo gruppo parlamentare è il solo a essersi battuto fin dall’inizio e che tuttora si batte contro l’integrazione istituzionale della Svizzera nell’UE e contro il costante aumento d’immigranti e richiedenti l’asilo. Questi temi resteranno in testa nell’agenda politica dell’UC anche nella prossima legislatura.

Thomas Aeschi
Thomas Aeschi
Direzione del partito Baar (ZG)
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Accordo-quadro istituzionale
Ancora qualche mese fa, l’accordo-quadro con l’UE era ancora battezzato «il fantasma». Da meno di un mese, il testo di questo trattato è pubblico. L’UDC vi si oppone con determinazione: la Svizzera non può sottoscrivere un accordo che toglie alle Svizzere e agli Svizzeri il diritto di stabilire le regole del loro paese, per darlo all’UE.

Ed è proprio questo il nocciolo del progetto di integrazione istituzionale nell’UE: questo trattato costringe la Svizzera a riprendere obbligatoriamente del diritto UE in settori estremamente sensibili. Tutta la regolamentazione concernente l’immigrazione sarebbe unilateralmente fissata da Bruxelles, in particolare le regole del ricongiungimento familiare, la concessione di permessi di soggiorno di lunga durata (anche in caso di disoccupazione) o l’espulsione degli stranieri criminali. L’accesso ai sistemi sociali svizzeri (AVS/AI, assicurazione-infortuni, IPG, assicurazione-disoccupazione, assegni familiari, prestazioni complementari, riduzione dei premi, assistenza sociale, eccetera) sarebbe di competenza dell’UE (Appendice I dell’ALCP). Tema molto attuale in questo contesto: il cambiamento di sistema concernente le prestazioni di disoccupazione versate ai frontalieri, che imporrebbe all’assicurazione-disoccupazione svizzera degli oneri supplementari di diverse centinaia di milioni di franchi. Ma non è tutto: la Svizzera rischia di dover esportare le prestazioni complementari e di dover accordare un’assistenza sociale completa agli stranieri dopo soli 5 anni. E chi dovrà finanziare questi miliardi versati all’UE? È fuori questione che questa fattura sia pagata dalle Svizzere e dagli Svizzeri. Invece di distribuire sempre più denaro all’estero, la Confederazione farebbe meglio a fare dei risparmi in previsione di tempi difficili. Questo è il principio difeso dall’UDC.

L’UE sarebbe pure autorizzata a fissare unilateralmente le condizioni concernenti i trasporti attraverso la Svizzera (aria/terra), la riduzione degli ostacoli tecnici al commercio (Mutual Recognition Agreement, MRA ; mutuo riconoscimento della conformità dei prodotti industriali), come pure la riduzione degli ostacoli tariffari e non tariffari agli scambi di prodotti agricoli (contingenti d’importazione, dazi doganali, prescrizioni sui prodotti, condizioni d’ammissione).

Le altre disposizioni dell’accordo-quadro istituzionale non sono meno allarmanti. Prima di poter decidere definitivamente, il previsto tribunale arbitrale deve domandare un parere vincolante della Corte di giustizia UE, se la lite concerne il diritto UE. Secondo l’opinione unanime degli esperti, una gran parte degli accordi bilaterali toccati dall’accordo-quadro è considerata come diritto UE dalla CGUE. Non a caso, quindi, questa istanza è tacciata di «pseudo tribunale arbitrale» o di «CGUE in tenuta mimetica». In altre parole, il tribunale della controparte deciderebbe in ultima istanza su denunce inoltrate dalla Svizzera. Bisogna poi anche ricordare che la CGUE non ha approvato l’accordo-quadro, per cui può in ogni momento rifiutare le eccezioni previste nell’attuale progetto di accordo.

Le organizzazioni economiche non cessano di affermare che l’accordo-quadro porterebbe una maggiore certezza del diritto, perché non permetterebbe più delle misure come il non-riconoscimento dell’equivalenza borsistica (secondo MiFIR 23) e altre eventuali procedure di equivalenza non sarebbero toccate dal campo d’applicazione dell’accordo-quadro. Le procedure d’equivalenza nell’UE sono unilaterali, il che significa che, in quanto autorità politica, la Commissione UE decide in maniera autonoma se accordare o no il riconoscimento d’equivalenza a uno Stato terzo. Non esiste dunque, a questo proposito, alcun diritto legalmente stabilito e che possa essere invocato da uno Stato terzo. In altri termini, delle misure di ricatto dello stesso genere da parte dell’UE rimangono del tutto possibili anche in caso di stipulazione di un accordo-quadro (vedi al riguardo il capoverso seguente, concernente le misure di compensazione, rispettivamente le sanzioni).

Le misure di compensazione, rispettivamente le sanzioni che l’UE avrebbe il diritto di adottare in caso di non-applicazione delle norme UE da parte della Svizzera, fanno del nostro paese una democrazia di facciata: se il popolo svizzero avesse l’impudenza di decidere diversamente da quanto preteso da Bruxelles, l’UE avrebbe dunque il diritto di punire lab Svizzera. Come una spada di Damocle, le punizioni annunciate da Bruxelles in caso di non-applicazione delle sue decisioni incomberebbero sul popolo svizzero, restringendone massicciamente la libertà di decisione.

In più, l’accordo-quadro introduce una sorta di «super-ghigliottina»: non solo gli accordi bilaterali sarebbero sottoposti a questo sistema, ma anche gli accordi futuri e, più particolarmente, l’accordo di libero scambio del 1972 che, secondo i termini dell’accordo-quadro, deve essere «modernizzato».

Il nuovo miliardo per la coesione di cui sta discutendo il Consiglio nazionale non sarebbe l’ultimo, perché l’UE esige il versamento di un tributo regolare.

Anche i cantoni perderebbero una parte della loro sovranità. Perché l’UE avrebbe la sua parola da dire in merito alle sovvenzioni cantonali, rispettivamente agli aiuti pubblici. Questo diritto d’intervento dell’UE non concerne solo le partecipazioni alle banche cantonali, agli ospedali, ai trasporti pubblici, alle aziende elettriche e alle assicurazioni immobiliari, ma anche e soprattutto, le leggi fiscali dei cantoni. Essendo i principi di base concernenti gli aiuti pubblici fissati nell’accordo-quadro, i cantoni sarebbero costretti a cedere parte delle loro competenze all’UE nei casi concernenti la concorrenza e il sovvenzionamento.

La Svizzera non deve cedere al panico di fronte alla minaccia dell’UE, secondo cui «o la Svizzera accetta l’accordo-quadro, oppure è la fine della via bilaterale». L’UE, come la Svizzera, è interessata a dei rapporti normalizzati con la sua vicina. Inoltre, la Svizzera può perfettamente prevedere di prendere delle contromisure. Se l’UE viola gli Accordi bilaterali I rifiutando di aggiornare l’accordo sugli ostacoli tecnici al commercio, la Svizzera non deve più sentirsi vincolata dall’accordo sui trasporti terrestri e quindi raddoppiare o addirittura triplicare le tasse di transito per i camion provenienti dall’UE.

Esistono delle alternative valide a questo progetto di accordo-quadro. Se Ueli Maurer, presidente della Confederazione, chiede nuovi negoziati con l’UE, è perché pensa di escludere la parte istituzionale dell’accordo. Al suo posto, propone di modernizzare l’accordo di libero scambio del 1972, includendovi gli ostacoli tecnici al traffico transfrontaliero di merci, di prestazioni di servizi e di capitali, analogamente all’intesa recentemente realizzata fra Canada e UE tramite il «Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA)», con il quale i due partner si concedono mutualmente l’accesso al proprio mercato interno.

Politica rigorosa nei confronti degli stranieri e dell’asilo
Le conseguenze della crescita demografica sono percettibili quotidianamente da tutti: treni sovraccarichi, strade intasate, rincaro degli affitti e dei prezzi dei terreni, perdita di preziosi terreni coltivabili a causa della cementificazione del territorio, pressione sui salari, estromissione di salariati dal mercato del lavoro, cambiamento culturale a livello della direzione delle imprese. Questa immigrazione smisurata minaccia la nostra libertà, la nostra sicurezza, il pieno impiego e i nostri paesaggi. L’UDC non vuole una svizzera di 10 milioni di abitanti. Dall’introduzione della libera circolazione delle persone, non abbiamo più il diritto di decidere chi può venire in Svizzera e chi no. Questo regime insensato deve finire e bisogna che i lavoratori ultracinquantenni abbiano di nuovo una chance sul mercato del lavoro. Già oggi, una persona su venti, in età fra i 18 e i 65 anni, è in cerca di un lavoro in Svizzera, per cui il tasso di disoccupazione svizzero è più elevato di quello della Germania. Nemmeno a dei classici paesi d’immigrazione, come gli Stati uniti, il Canada o l’Australia, verrebbe mai l’idea di accordare a più di 500 milioni di cittadini di altri Stati un diritto legale all’immigrazione. L’obiettivo deve essere quello di gestire rigorosamente l’immigrazione, a seconda delle necessità dell’economia, della sicurezza e delle risorse disponibili. Con la sua iniziativa popolare per la limitazione, l’UDC vuole ridare alla Svizzera la competenza di regolare e controllare in modo autonomo l’immigrazione nel suo territorio. Questa iniziativa è stata depositata il 31 agosto 2018 con 119’000 firme valide. Avendo il Parlamento rifiutato di applicare l’iniziativa contro l’immigrazione di massa accettata in votazione popolare, è ora che il popolo gli imponga definitivamente la strada da imboccare.

Le conseguenze finanziarie dell’entrata incontrollata di migranti e richiedenti l’asilo sono catastrofiche. I costi dell’aiuto sociale, da soli, sono passati da 1,7 miliardi di franchi nel 2005 a 2,7 miliardi nel 2016. Questo aumento si spiega in particolare con l’emergere di nuove categorie di utenti del sistema sociale, quali i lavoratori ultracinquantenni, i migranti e i richiedenti l0asilo senza formazione professionale. Attualmente, 345’000 persone vivono dell’aiuto sociale, ossia l’equivalente della popolazione del canton Vallese o del Ticino. La situazione è ancora più drammatica se si considera l’aiuto sociale «nel senso più lato del termine», comprendendo quindi le prestazioni complementari AVS/AI, gli anticipi di alimenti e altri aiuti economici. Questi oneri sono aumentati dal 2005 da 5,3 a 8,1 miliardi di franchi. Il numero di beneficiari è passato da 660’000 (2006) a più di 800’000, ossia l’equivalente della popolazione del canton Vaud. Questa statistica non comprende nemmeno i richiedenti l’asilo venuti in Svizzera negli ultimi 5-7 anni, perché queste persone appaiono solo nei conti federali nei quali le spese a questa voce hanno già superato i due miliardi di franchi.

È urgente porre fine a questa evoluzione: da una parte, la Svizzera deve di nuovo controllare lei stessa sistematicamente le sue frontiere; dall’altra, l’UDC ha annunciato una settimana fa la creazione di un gruppo di lavoro incaricato di preparare delle misure concrete per trasferire all’AVS almeno un miliardo di franchi l’anno, togliendolo dalle spese per l’asilo e per l’aiuto allo sviluppo.

Thomas Aeschi
Thomas Aeschi
Direzione del partito Baar (ZG)
 
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